Rubriche

Home Rubriche

Il crescente turismo del Collio

di Viola Perissutti

Tra Italia e Slovenia si estende una verdeggiante area collinare che ignora i confini politici: il Collio.
Questa mezzaluna di terra stretta tra mare e montagne, pettinata dai vigneti terrazzati e intervallata da sentieri sterrati e cantine storiche, oltre a vantare una prestigiosa e consolidata reputazione nella produzione vinicola, sta diventando un territorio che, sempre di più, contribuisce a definire l’identità economica della nostra regione.

Il distintivo del Vigile Urbano

di Pietro Commisso

Giocchino Bolletti fu una delle vittime dell’esplosione verificatasi in Galleria Rifugio nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1945. Guardia Campestre del Comune con compito di presidio presso l’ingresso del ricovero antiaereo, venne ritrovato senza vita all’esterno dell’ingresso “lato Carso” della Galleria Rifugio a seguito dello “spostamento d’aria” provocato dalla potentissima deflagrazione. Questo era uno dei suoi fregi da cappello.
Archivio del CCM, fondo Alberta Bolletti

L’esplosione verificatasi nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1945 richiese un altissimo tributo di sangue monfalconese. A seguito della tragedia i superstiti furono sottoposti a processo dal Governo Militare Alleato ma non è stato possibile, ad oggi, reperire ulteriori ragguagli a riguardo.
Nonostante non sia perciò possibile stabilire con esattezza quanti “recuperanti” trovarono la morte all’interno della Galleria Rifugio (si stima possano essere almeno 10 vittime), cinque persone vennero raccolte all’esterno dell’ingresso “lato Carso” della Galleria Rifugio. Nonostante l’estrema violenza dello spostamento d’aria che li uccise fu possibile procedere al loro riconoscimento: uno di essi era Gioacchino Bolletti, una delle Guardie Campestri del Comune di Monfalcone, posto a presidio dell’ingresso del ricovero sin dall’inizio di agosto di quell’anno.
Una delle sue figlie, Alberta Bolletti, ha conservato il distintivo da cappello del padre, assieme alle foto che arricchiscono questo articolo. Gioacchino Bolletti non fu l’unica vittima dell’esplosione di ordigni bellici occorsa nello svolgimento del proprio lavoro: poco più di un mese più tardi, il 29 settembre 1945, al ponte del Lisert avvenne la più grande tragedia della storia del Nucleo Rastrellatori Bombe del Governo Militare Alleato di Trieste dove morirono 16 operatori triestini e il militare inglese alla guida del camion che trasportava gli ordigni. Tragedie di questo genere si susseguirono nei primi anni del secondo dopoguerra in tutto il territorio dell’allora Provincia di Trieste.

Un aneddoto per i più, una memoria di famiglia per i Morsolin – Madrussa

di Luigina Morsolin
Ronchi dei Legionari, 23 marzo 2020

Del fatto in casa non se ne parlava, se non quando qualcuno leggeva una data sul piedistallo della statuetta di legno della “ballerina” che stava sul piano della pisiche (chiamava così la mamma la specchiera, uno dei tanti mobili costruiti da nostro papà). Era sistemata accuratamente davanti allo specchio in modo che immediatamente la si vedesse a tutto tondo: adesso si direbbe lato A e lato B. Ma poche erano le occasioni di parlarne, perché mobile e statuetta erano in camera di mamma e papà, dove entravamo principalmente noi figli. Quando mi veniva dato il compito di “netar la polvere sula pisiche” mi divertivo a far ruotare la statuetta girandola a 180° sulla pallina dove poggiava la punta del piede sinistro e prima a toglierle l’altra pallina dal pollice della mano destra per poi subito re-infilargliela. E quante volte mi sono fatta sgridare dalla mamma quando, nel mezzo della proibitissima manovra, la pallina mi sfuggiva di mano e cadeva con un tonfo rumoroso rotolando sul parquet della stanza… A me piaceva chiedere e ripetere a mio papà, che aveva ideato e scolpito la “ballerina”: “Ma perché questa data: 20 4 1944 ? Sarie sta più bel no scrivar niente!”… mi pareva che quelle cifre, grandi e tondeggianti, fossero un di più, e anzi, che svilissero quella silhouette di “impossibile” equilibrio. Dopo i ripetuti “te spiegherò ben quando che te sarà più grande”, l’occasione della spiegazione è arrivata con l’”asiatica”, l’influenza dell’inverno del 1959 che aveva costretto a letto il papà e che lo aveva obbligato ad una lunga convalescenza… ed io venivo chiamata a fargli compagnia. Secondo papà era arrivato il tempo, per lui di raccontare e per me di sapere.

La seggiola di Lucia Miniussi

Lucia Miniussi con il fidanzato e futuro marito, Torquato Settomini (all'epoca sottuficiale della Regia Aeronautica) a Ronchi dei Legionari nel 1941. Archivio privato Magda Settomini

di Pietro Commisso

Lucia Miniussi era, nel 1944, una giovane monfalconese impiegata come segretaria presso uno studio legale della città. Le sue memorie riguardanti gli anni dell’occupazione germanica di Monfalcone rappresentano, attraverso le righe del suo diario dell’epoca, una testimonianza incredibile degli anni del secondo conflitto mondiale.

Trame di Salici: quando l’intreccio diventa comunità

di Devid Strussiat

Un progetto che intreccia memoria, paesaggio e saperi artigianali legati al salice, pianta simbolo del territorio dell’Isonzo.
“Trame di Salici” racconta una tradizione quasi dimenticata e il suo possibile futuro, tra educazione, arte ambientale e cura dei luoghi.
Dalle storie dei cestai di Fogliano alle nuove pratiche ecologiche condivise con la comunità.

L’anima poetica di Walter Dusatti

di Pier Maria Miniussi


Walter Dusatti, Le parole de dentro, Ronchi dei Legionari, Consorzio Culturale del Monfalconese, 2025


Chi oggi prendesse in mano una delle prime copie de “La Cantada”, faticherebbe a riconoscere la rivista che da settant’anni accompagna il Carnevale monfalconese: più che dal formato gigante, dalla carta e dall’impaginazione, che le fanno assomigliare ad un quotidiano del tempo, sarebbe disorientato dai contenuti dei testi, seriosi per non dire intellettualistici e quasi tutti in italiano, e dalla mancanza delle vignette, punto di forza della “Cantada” di oggi. Su quelle pagine fanno eccezione le vivaci strofette in bisiaco di un giovane Walter Dusatti (Carneval, I sogni de Gildo, La maldicenza), che già dimostrano una felice disposizione per composizioni più complesse ed articolate della lirica breve.

La bicicletta per scoprire e far crescere il territorio

di Francesco Furlan


Attivista ambientalista per la promozione dell’uso della bicicletta come forma di sviluppo sostenibile e di scoperta del territorio, da tre anni organizza uno dei principali “bike trail” italiani: un percorso a cavallo del confine italo-sloveno che permette a partecipanti di tutta Italia e dei vicini paesi europei di conoscere la parte più selvaggia del Carso e i suoi dintorni. Con l’obiettivo, tramite la fatica condivisa, la bellezza della natura e la scoperta di culture diverse, di avvicinare popoli e valorizzare le aree interne.

La relazione del territorio bisiaco con la bicicletta è sempre stata stretta e vitale. Nel secondo dopoguerra, con i primi risparmi e il diffondersi del benessere, la bici divenne una risorsa preziosa per migliorare la vita quotidiana, nelle aree urbane come in quella rurali. Permetteva di trasportare merci, raggiungere luoghi di lavoro più lontani, spostarsi con autonomia: un progresso semplice ma essenziale.
Solo in seguito, con il consolidarsi del benessere economico, la bicicletta è diventata anche simbolo di libertà, tempo libero e vita all’aria aperta.

Paesaggi rurali di confine. Sulle tracce dei gelsi storici

di Sonia Kucler

A Gorizia c’è un’interessante area rurale che si è preservata nel tempo grazie alla sua marginalità con valore paesaggistico, culturale e ambientale – dove il paesaggio rurale è composito ed i gelsi storici sono un elemento caratterizzante da preservare e incentivare – dove agire affinché questo schema tradizionale non si frantumi – dove è utile potenziare le siepi e gli impollinatori – dove la biodiversità coltivata è speranza per il futuro alimentare – dove il proprietario, l’agricoltore sono i veri custodi del territorio.

La Galleria Rifugio di Monfalcone prima che diventasse mainstream (Prima parte)

di Pietro Commisso

Una leggenda metropolitana (di Provincia) della “Monfalcone – Far West”

Nasco come appassionato di storia militare della Grande Guerra, un argomento che ho considerato per anni nevralgico per delineare e comprendere molti caratteri fondamentali della Comunità cui appartengo.

Questo anche prima di iniziare a capirci qualcosa.

Il Territorio della Bisiacaria, come quelli limitrofi, è tuttora segnato dalle tracce di quell’immane tragedia, tanto che non occorre allontanarsi dal sentiero segnato per accorgersi di fenditure nel terreno di indubbia natura antropica e indiscutibilmente bellica. I paesi ne censiscono ancora molte, sia in pianura che nell’altopiano: maledette e bramate un tempo, trascurate e imbonite alla meglio poi, furono per decenni mete di curiosi, spesso mal giudicati dall’opinione pubblica del borgo limitrofo. Sonai, questo il giudizio perentorio. A volte lo erano, molto spesso no.

Infine, furono “scoperte “dagli esperti di turno: appena in tempo per il centenario della loro costruzione. Centenario che nel bombardamento a tappeto di pubblicazioni, conferenze, simposi, festival, manifestazioni è stato – spesso – incapace di spiegare.

A leggiucchiare, inoltrandosi nell’argomento Grande Guerra, ci si accorge che è impossibile evitare termini geomorfologici: doline, grotte. Poi, grotte riadattate, ampliate, o costruite ex novo coi denti delle perforatrici o il potere dirompente dell’esplosivo. La guerra necessitava di prontezza ed efficienza di tipo militare, non poteva certo aspettare le ere geologiche necessarie alle gocce d’acqua per sciogliere la roccia.
La tecnologia del ‘900, tutta, riportò gli uomini in divisa a vivere nelle caverne. Novella Preistoria. Di nuovo.
Barbaria Antica recitava una stele commovente e carica di retorica e ciò a cui alludeva non era dissimile all’argomento in oggetto.

Ma le Barbarie non sono anche molti valori umani primigeni?

Monfalcone, Via Rossini 1 – l’Ospedale che non c’è più

di Edi Maurizio Fedel

Ogni tanto, percorrendo a piedi Via dell’Istria, strada di recente realizzazione che, attraversando l’area su cui sorgeva l’Ospedale, collega Via Rossini a Via Aquileia, mi soffermo ad osservare i grandi alberi, alcune nuove costruzioni e, lì accanto, in un’area recintata, le macerie dell’Ospedale, rimaste sul campo e diventate colline alberate. In quelle colline c’è il “corpo” e la storia di quelli che furono i reparti di Chirurgia, Ortopedia, Ostetricia-Ginecologia e Pediatria. Osservando qua e là, ho tentato di collocare ciò che c’era e non c’è più, tranne la chiesetta che, in rovina totale, è ancora lì, “agonica”, quasi “morta”. Da sotto il filare dei platani, ormai centenari, l’immaginazione mi ha condotto a rivedere, sulla destra, i padiglioni di Ortopedia e di Ostetricia/Pediatria; davanti, invece, la cucina e la lavanderia, sulla sinistra i padiglioni, vecchio e nuovo, di Chirurgia, alle spalle Medicina e Radiologia. Nel giardino l’astrazione fantastica mi è apparsa come un’infinita animazione umana ed animale, qualche camice bianco che attraversava il giardino da parte a parte, alcune persone ricoverate che, nella bella stagione, sedevano sulle panchine coi i visitatori, uccelli canori, liberi e nelle gabbie, diffondevano il loro canto tra la vegetazione. Ho immaginato, purtroppo, ciò che nella realtà non è più tangibile, se non in qualche risparmiata essenza arborea, che profumava di tiglio, calicantus, o altro, nell’avvicendarsi delle stagioni.