di Luigina Morsolin
Ronchi dei Legionari, 23 marzo 2020
Del fatto in casa non se ne parlava, se non quando qualcuno leggeva una data sul piedistallo della statuetta di legno della “ballerina” che stava sul piano della pisiche (chiamava così la mamma la specchiera, uno dei tanti mobili costruiti da nostro papà). Era sistemata accuratamente davanti allo specchio in modo che immediatamente la si vedesse a tutto tondo: adesso si direbbe lato A e lato B. Ma poche erano le occasioni di parlarne, perché mobile e statuetta erano in camera di mamma e papà, dove entravamo principalmente noi figli. Quando mi veniva dato il compito di “netar la polvere sula pisiche” mi divertivo a far ruotare la statuetta girandola a 180° sulla pallina dove poggiava la punta del piede sinistro e prima a toglierle l’altra pallina dal pollice della mano destra per poi subito re-infilargliela. E quante volte mi sono fatta sgridare dalla mamma quando, nel mezzo della proibitissima manovra, la pallina mi sfuggiva di mano e cadeva con un tonfo rumoroso rotolando sul parquet della stanza… A me piaceva chiedere e ripetere a mio papà, che aveva ideato e scolpito la “ballerina”: “Ma perché questa data: 20 4 1944 ? Sarie sta più bel no scrivar niente!”… mi pareva che quelle cifre, grandi e tondeggianti, fossero un di più, e anzi, che svilissero quella silhouette di “impossibile” equilibrio. Dopo i ripetuti “te spiegherò ben quando che te sarà più grande”, l’occasione della spiegazione è arrivata con l’”asiatica”, l’influenza dell’inverno del 1959 che aveva costretto a letto il papà e che lo aveva obbligato ad una lunga convalescenza… ed io venivo chiamata a fargli compagnia. Secondo papà era arrivato il tempo, per lui di raccontare e per me di sapere.