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Un aneddoto per i più, una memoria di famiglia per i Morsolin – Madrussa

di Luigina Morsolin
Ronchi dei Legionari, 23 marzo 2020

Del fatto in casa non se ne parlava, se non quando qualcuno leggeva una data sul piedistallo della statuetta di legno della “ballerina” che stava sul piano della pisiche (chiamava così la mamma la specchiera, uno dei tanti mobili costruiti da nostro papà). Era sistemata accuratamente davanti allo specchio in modo che immediatamente la si vedesse a tutto tondo: adesso si direbbe lato A e lato B. Ma poche erano le occasioni di parlarne, perché mobile e statuetta erano in camera di mamma e papà, dove entravamo principalmente noi figli. Quando mi veniva dato il compito di “netar la polvere sula pisiche” mi divertivo a far ruotare la statuetta girandola a 180° sulla pallina dove poggiava la punta del piede sinistro e prima a toglierle l’altra pallina dal pollice della mano destra per poi subito re-infilargliela. E quante volte mi sono fatta sgridare dalla mamma quando, nel mezzo della proibitissima manovra, la pallina mi sfuggiva di mano e cadeva con un tonfo rumoroso rotolando sul parquet della stanza… A me piaceva chiedere e ripetere a mio papà, che aveva ideato e scolpito la “ballerina”: “Ma perché questa data: 20 4 1944 ? Sarie sta più bel no scrivar niente!”… mi pareva che quelle cifre, grandi e tondeggianti, fossero un di più, e anzi, che svilissero quella silhouette di “impossibile” equilibrio. Dopo i ripetuti “te spiegherò ben quando che te sarà più grande”, l’occasione della spiegazione è arrivata con l’”asiatica”, l’influenza dell’inverno del 1959 che aveva costretto a letto il papà e che lo aveva obbligato ad una lunga convalescenza… ed io venivo chiamata a fargli compagnia. Secondo papà era arrivato il tempo, per lui di raccontare e per me di sapere.

La seggiola di Lucia Miniussi

Lucia Miniussi con il fidanzato e futuro marito, Torquato Settomini (all'epoca sottuficiale della Regia Aeronautica) a Ronchi dei Legionari nel 1941. Archivio privato Magda Settomini

di Pietro Commisso

Lucia Miniussi era, nel 1944, una giovane monfalconese impiegata come segretaria presso uno studio legale della città. Le sue memorie riguardanti gli anni dell’occupazione germanica di Monfalcone rappresentano, attraverso le righe del suo diario dell’epoca, una testimonianza incredibile degli anni del secondo conflitto mondiale.

Il distintivo del Vigile Urbano

di Pietro Commisso

Giocchino Bolletti fu una delle vittime dell’esplosione verificatasi in Galleria Rifugio nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1945. Guardia Campestre del Comune con compito di presidio presso l’ingresso del ricovero antiaereo, venne ritrovato senza vita all’esterno dell’ingresso “lato Carso” della Galleria Rifugio a seguito dello “spostamento d’aria” provocato dalla potentissima deflagrazione. Questo era uno dei suoi fregi da cappello.
Archivio del CCM, fondo Alberta Bolletti

L’esplosione verificatasi nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1945 richiese un altissimo tributo di sangue monfalconese. A seguito della tragedia i superstiti furono sottoposti a processo dal Governo Militare Alleato ma non è stato possibile, ad oggi, reperire ulteriori ragguagli a riguardo.
Nonostante non sia perciò possibile stabilire con esattezza quanti “recuperanti” trovarono la morte all’interno della Galleria Rifugio (si stima possano essere almeno 10 vittime), cinque persone vennero raccolte all’esterno dell’ingresso “lato Carso” della Galleria Rifugio. Nonostante l’estrema violenza dello spostamento d’aria che li uccise fu possibile procedere al loro riconoscimento: uno di essi era Gioacchino Bolletti, una delle Guardie Campestri del Comune di Monfalcone, posto a presidio dell’ingresso del ricovero sin dall’inizio di agosto di quell’anno.
Una delle sue figlie, Alberta Bolletti, ha conservato il distintivo da cappello del padre, assieme alle foto che arricchiscono questo articolo. Gioacchino Bolletti non fu l’unica vittima dell’esplosione di ordigni bellici occorsa nello svolgimento del proprio lavoro: poco più di un mese più tardi, il 29 settembre 1945, al ponte del Lisert avvenne la più grande tragedia della storia del Nucleo Rastrellatori Bombe del Governo Militare Alleato di Trieste dove morirono 16 operatori triestini e il militare inglese alla guida del camion che trasportava gli ordigni. Tragedie di questo genere si susseguirono nei primi anni del secondo dopoguerra in tutto il territorio dell’allora Provincia di Trieste.